Proteste da tutto il mondo contro le prime decisioni del neo-presidente Usa Donald Trump, che ormai si è inimicato gran parte dell’opinione pubblica anche ben al di fuori dei confini degli Stati Uniti. In particolare è il cosiddetto “Muslim-ban”, la cacciata dal Paese dei musulmani di sette nazionalità diverse, a tenere banco, attirando l’indignazione di tantissimi americani, ma anche di un numero crescente di manifestanti in tutto il globo.

proteste anti-trumpTutto questo mentre l’ultimo sondaggio Gallup rivela che, in una sola settimana, Trump ha raggiunto un livello di disapprovazione da parte dei cittadini Usa pari al 51%, un record assoluto se si pensa che George W. Bush raggiunse livelli quasi simili solo dopo tre anni dall’insediamento.

Le strade intanto si riempiono di manifestanti, giunti fin sotto la Casa Bianca, prontamente imitati da molta altra gente in tutta Europa. Il fulcro della protesta è chiaro: no all’esclusione in base a etnia o religione, no alle barriere, sì all’accoglienza. Ma il presidente americano non sembra intenzionato a cedere di un solo passo.

Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di difendersi Trump, sottolineando che “ci sono altri 40 Paesi nel mondo a a maggioranza islamica che non sono interessati dal provvedimento”, e ribadendo che gli Stati Uniti rilasceranno nuovamente i visti dopo aver rivisto e rafforzato il sistema dei controlli, come previsto dalle sue disposizioni.

Il presidente però ha dovuto già fare i conti per la prima volta con i contrappesi della democrazia, quando il giudice federale Ann M. Donnelly, dopo aver accolto il ricorso di due cittadini iracheni bloccati all’aeroporto Jfk di New York, ha deciso che nessun rifugiato, nessun titolare di visto e nessun viaggiatore proveniente dai sette Paesi islamici banditi può essere rispedito indietro, per evitare quelli che sono stati definiti “danni irreparabili”.

Una decisione che a quanto pare è valida su tutto il territorio nazionale, dove nel frattempo 16 procuratori generali hanno emesso una dichiarazione congiunta nella quale il bando viene definito “incostituzionale”. Gli attorney general sostengono infatti che la libertà religiosa è un principio fondamentale del Paese, e auspicano che l’ordine esecutivo sia ritirato, per fare in modo che un numero quanto minore possibile di persone soffra per questa situazione.

Reazioni dalla Casa Bianca? Ancora no. Il provvedimento sembra infatti pronto ad andare avanti, il tutto mentre la protesta si fa sempre più forte, supportata ormai anche dai giudici americani.